Processo a Cadorna

Luigi Cadorna è un personaggio sicuramente controverso. Su di lui è stato detto tutto e il contrario di tutto. Lo storico non deve farsi coinvolgere dalle partigianerie, mentre viceversa deve rimanere ancorato alle fonti, alle evidenze. Dunque, per capire il personaggio, il suo ruolo come comandante supremo dell’Esercito è necessario analizzarlo partendo proprio dai suoi scritti. Cadorna ha scritto tre libri, coi quali ha puntigliosamente precisato il suo pensiero e le sue azioni, non trascurando nemmeno il piacere di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Con queste note prendo in considerazione la lettura critica del suo primo libro dal titolo: “La Guerra alla fronte italiana dal 24 Maggio 1915 al 9 novembre 1918“. Iniziamo con le premesse del Generale, dove chiarisce l’impostazione di questo primo dei tre libri che ha scritto sulla sue esperienza di comandante in capo.

Scrive Cadorna nel suo libro La Guerra alla fronte italiana : “ma nella lunga pace non poteva non risentire le conseguenze dell’ambiente in cui viveva, sotto il duplice aspetto materiale e morale, e delle scarse cure dedicate. Anzittutto nell’imperversare delle piu’ nefaste teorie antisociali, era stato bandito il verbo dell’antimilitarismo che metteva al medesimo livello gli antichi eserciti castali e quelli che, come il nostro, sono diretta emanazione di tutte le classi della nazione, avvolgendoli nello stesso dispregio.” A Cadorna sicuramente non è sfuggito il fatto che le guerre d’indipendenza, inclusa la spedizione dei Mille, furono combattute essenzialmente da volontari non retribuiti che decisero di mettersi al servizio di un ideale: quello dell’unificazione dell’Italia. Di matrice ben diversa era l’esercito regolare (il Regio Esercito di derivazione del Regno di Sardegna) che, a fare data dall’unificazione (1861) venne alimentato con leva obbligatoria. Per cui quando parla di “teorie antisociali” Cadorna non ha tenuto conto che l’elemento davvero antisociale è stato quello di costringere all’arruolamento la gran parte di giovani che, per condizione sociale, scolarizzazione, luoghi di provenienza, nulla sapevano dei territori  irredenti e non avevano alcuna sensibilità per tale condizione. Dunque una formale compresenza di “tutte le classi della nazione”, in modo forzato e coatto, non poteva certo costituire elemento di coesione sociale e compartecipazione alla causa.

Piu’ avanti nel testo Cadorna riprende il ragionamento, ampliandolo ai “partiti antisociali”; il che oltre a rimarcare il concetto anzidetto, rivela una distinzione di ruoli tra diverse sfere di competenza: quella politica, per la quale i giudizi di un “tecnico” nell’esercizio dei suoi doveri istituzionali sono decisamente fuori luogo; nonchè quella di merito, dove per “antisociali” il Generale chiarisce bene come tutto ciò che suoni conflittuale in seno alla società, per i diversi interessi in campo tra le classi, sia deprecabile e “sovversivo”. Certo che un militare del profilo di Luigi Cadorna che trova disdicevoli i conflitti fa molto riflettere.

 

 

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